Giacomo Radi, alias Hibou Moyen, è un cantautore ispirato dalla natura che ci circonda, un animale notturno che vive di giorno, alla ricerca di un flusso creativo che può nascere  in qualsiasi momento. Il suo secondo lavoro discografico è Fin dove non si tocca, un disco che conosciamo bene :

“Sei corde e lettere sparse, questo è come si descrive Hibou Moyen, il poliedrico artista che da poco ha pubblicato il suo nuovo lavoro discografico, contenente dieci tracce che colorano scenari di altri mondi, dove la musica si fa serva dei testi ed insieme parlano per il suo creatore”.

Noi di Storie di Musica lo abbiamo intervistato per voi :

 

1. Come nasce il progetto Hibou Moyen?

Hibou moyen nasce in una sera di Dicembre del 2009, dopo due anni circa che avevo smesso di suonare. Il nome è stato concepito di getto, per necessità impellente, in quanto dovevo aprire un concerto di Moltheni e non avevo un marchio artistico. Adesso ci sono affezionato e mi piace il suo suono dolce. La musica invece è risalita dritta dalle viscere, una necessità vitale. Dopo quella parentesi che ha slegato le corde che mi tenevano lontano dalla musica mi sono rimesso a comporre. Il primo disco “Inverni”, uscito nel 2014, è stato concepito in pochi mesi e registrato in tre giorni a Modena per Private Stanze, una piccola etichetta con un carnet di bravissimi artisti. E’ un disco con poche intrusioni strumentali, in cui la chitarra acustica e la voce guidano i dieci brani, come due amanti gelosi del loro mondo. E’ un disco a cui sono molto legato anche se non ha avuto la visibilità sperata.

2. Il tuo ultimo lavoro discografico “Fin dove non si tocca” è un disco che ricerca un’equilibrio tra il cantautorato Italiano e il sapore della tradizione Americana.
Ce ne parli un po’ ?

Non penso di aver trovato nessun equilibrio ma indubbiamente le mie influenze attingono nel cantautorato anni 60-70 e nella scena indipendente degli anni 90, anni, quest’ultimi, che ho vissuto immerso nel fervente fermento musicale che li caratterizzava suonando in varie band di rock alternativo, così lo chiamavano. Negli ultimi dieci anni ho ascoltato quasi esclusivamente musica straniera, in particolare nord americana. Ho iniziato a scrivere i brani per “Fin dove non si tocca” alla fine nell’Estate del 2015, Efelidi a parte che avevo scritto mesi prima, per ritrovarmi con numerosi brani da cui scegliere quelli definitivi. Per questo disco volevo un produttore esterno e quindi, data la mia conoscenza con Umberto Maria Giardini e la stima artistica ed umana che provo nei suoi confronti, la scelta è stata semplice. Lui ha accettato e siamo entrati in studio nell’Estate del 2016. Il lavoro in studio è stato appagante ma anche sfiancante per il poco tempo a disposizione, dovendo rimanere nel budget. Un’esperienza formativa di grande livello e una grande sintonia tra tutti i musicisti e il fonico Andrea Scardovi. Hanno suonato parte del gruppo di Umberto (Giulio Martinelli, Michele Zanni), Andrea Gozzi, lo stesso Umberto e Nicola Nieddu. Inoltre ci siamo avvalsi del maestro Claudio Carcano per gli arrangiamenti di archi su “Il naufragio del Nautilus”, brano che apre il disco e da cui ho preso in presto il titolo dell’album. E’ un disco che parla d’amore nelle sue sfaccettature: la passione, la carnalità e l’anima consolatoria rappresentata dalla natura. Siamo così piccoli nel tempo e nello spazio che non rimane che aggrapparsi a qualcosa che appare immenso e talvolta incomprensibile per migliorarsi, e cosa se non l’amore può’ avere questa forza? Un argomento spesso banalizzato e ridotto a culto edonistico da una cultura sempre più usa e getta. “Fin dove non si tocca” rappresenta per me un viaggio nelle profondità e nelle altezze di questo sentimento.

3. Come descriveresti la scena musicale Italiana? Cosa ti piacerebbe vedere o sentire?

Non conosco bene la scena musicale italiana degli ultimi tempi, non per snobismo ma solo perché ascolto più musica inglese e statunitense, ma quello che mi fanno sentire amici “pusher” non mi piace affatto. La scena indipendente è stata ridotta ad un’etichetta sonora che segue precisi canoni che trovo molto distanti da quello che dovrebbe offrire una cultura musicale indipendente. La musica indie dovrebbe essere immune alla richiesta commerciale omologante e seguire schemi alternativi in modo da incuriosire la grande industria, il mainstream, e spingerla a bere alla sua fonte. Vedo esattamente il contrario e questa dinamica mi avvilisce.
Quello che osservo nella musica e quello che vedo nella società è una superficialità sempre più basata sulla crosta e non sul contenuto interno, dove il culto dell’individuo è stato elevato a potenza. Apparire nel modo più immediato, e per apparire seguire un sentiero sicuro, già battuto. I testi che sento sono perlopiù sciocchi, in linea con banalità citazionistiche e slogan vuoti e anche l’impronta sonora è un cliché in loop di suoni standardizzati. Fortunatamente ci sono anche esempi postivi che regalano ossigeno ad un deserto sottovuoto: Iosonouncane, Umberto Maria Giardini, CappadoniaPaolo Benvegnù, Cosmo, Cesare Basile, Gomma, Emiliano Mazzoni, Giorgio Tuma per fare degli esempi di artisti meritevoli.

4. Due sogni nel cassetto…

Continuare ad avere tempo per scrivere canzoni riuscendo a crescere artisticamente scevro da sovrastrutture, rimanendo sempre alla ricerca di quell’equilibrio di cui parlavamo sopra. Vorrei non trovarlo mai un equilibrio artistico, la cosa quasi mi spaventa.
Il secondo sogno è vivere in una casa sul mare.
5. Hai altre passioni oltre alla musica?

Dipingo, principalmente ad acquerello, e contemplo e vivo la natura. Sono un Naturalista erpetologo per percorsi accademici ma il mio amore per la natura nasce in tenera età. La natura si è poi legata ad un’altra mia grande passione che è la fotografia, trasformando queste due entità in un lavoro. Al momento vivo in una casa in collina immersa nel bosco e lì nascono molte delle mie canzoni

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                Foto: Filippo Gatti

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